Il successo della piantagione dipende da diversi fattori, tra cui la qualità delle piantine. Il loro acquisto deve essere pertanto effettuato presso produttori che possano offrire ottime garanzie di qualità mediante certificazione sia delle piante (vedi Decreto legislativo 10 novembre 2003 n. 386) sia della micorizzazione , ambedue rilasciate preferibilmente da autorevoli strutture pubbliche.
Impianto
Prima della realizzazione dell'impianto è necessario eliminare le piante arboree ed arbustive presenti sul terreno per ridurre la concorrenza di altri funghi. L'operazione va effettuata nei mesi primaverili. Ove possibile si preferisce eseguire un'aratura poco profonda in estate, con terreno in “tempera”, che consenta un buon rovesciamento della zolla per favorire l'interramento dello strato più superficiale del suolo, generalmente ricco di funghi antagonisti. L'aratura superficiale può anche essere preceduta da una ripuntatura più profonda, purché con tale intervento non vengano rimescolati i diversi strati del terreno. La lunga esposizione al sole estivo favorisce la devitalizzazione delle spore e dei miceli dei funghi estranei. Seguirà un'erpicatura poco prima della messa a dimora delle piante. Le piantine micorrizate, tenendo distinte le diverse specie di tartufo, possono essere poste a dimora all’inizio od alla fine dell’inverno, asportando il contenitore con l'accortezza di non frantumare il pane di terra per non danneggiare gli apici radicali micorrizati. La tecnica più opportuna consiste nel porre le piantine in buche (30x30 cm) con il fondo coperto da uno strato ghiaioso, riempiendo successivamente lo scavo con il terreno rimosso. E' possibile utilizzare piante di una singola specie, come una tipica monocoltura forestale, o associazioni di più specie a diverso ciclo produttivo e diversa epoca di entrata in produzione. La densità di impianto varia a seconda delle essenze forestali e delle specie di tartufo impiegate. Di massima, per le querce, varia dalle 300 ad un massimo di 500 piantine per ettaro, disposte in quadro od a quinconce. Un numero inferiore di piante è preferibile nei terreni pianeggianti, con filari orientati da Nord a Sud. Cure colturali.
Non debbono essere effettuati nè diserbi chimici, né concimazioni organiche od azotate. Durante i primi tre anni sono necessarie zappettature intorno alle piante per eliminare le erbe infestanti, oppure leggere erpicature ad una profondità massima di 5-8 cm. E' opportuno prevedere delle irrigazioni di soccorso durante l'estate; in mancanza d'acqua occorre effettuare pacciamature con paglia, da rimuovere sempre prima dell'inverno. Al terzo anno si possono iniziare le potature, con l'eliminazione dei rami più bassi per favorire l'insolazione alla base della pianta, modellando la chioma a forma di cono rovesciato. La lotta antiparassitaria può essere effettuata solamente contro gli insetti. Contro le crittogame sono assolutamente da evitare i prodotti sistemici.
PRODUZIONE
Diversi sono i fattori che incidono sulla produzione di tartufi (specie del tartufo e della pianta ospite, caratteristiche pedoclimatiche della stazione, ecc.). Per questo non è possibile indicare con precisione dopo quanto tempo dalla realizzazione dell' impianto si potrà procedere alla raccolta dei tartufi. Di larga massima, per le querce, piante rustiche ma di lenta crescita, le prime produzioni sono prevedibili tra l'ottavo e il dodicesimo anno dall'impianto.
Piante a più rapido accrescimento quali nocciolo e carpino, più esigenti in fatto di condizioni ambientali, possono, in taluni casi, iniziare a produrre già dal sesto-settimo anno. Per quanto detto è difficile prevedere il reddito di un impianto. Quando su un impianto destinato alla tartuficoltura sono presenti tutti insieme i fattori favorevoli alla produzione del tartufo, come la qualità delle piante e quella della micorrizazione, l'ambiente adatto alla vita dell'essenza forestale prescelta ed al mantenimento della simbiosi con il tartufo desiderato, in aggiunta a cure colturali appropriate e costanti, il reddito sarà certamente superiore a quello delle tradizionali colture agrarie, soprattutto tenendo conto che i terreni più adatti alla produzione del tartufo sono quelli marginali, non idonei ad un'agricoltura intensiva.